La gerarchia omofoba timorata di dio


“La paura diventa patologica quando
compromette l’efficacia sociale dell’individuo:
testimonia allora il fallimento della facoltà di adattamento”

G.Delpierre , La paura e l’essere

Belgrado, 10 ottobre 2010. L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, l’Amnesty International e l’Unione europea attendevano ottimisti l’esito del gay pride. E’ trascorso un anno dal fallimento dell’iniziativa del 2009, quando la manifestazione non ebbe luogo a causa dalle pesanti minacce di ritorsioni di frange di estrema destra ai manifestanti e nove, invece, da quello che venne poi ribattezzato il “massacro pride”. L’ottimismo odierno ha però una sostanziale motivazione: a dicembre 2009 la Serbia si candida all’entrata in Europa dopo quasi dieci anni di democrazia seguita alla fine del regime di Milosevic. L’ingresso effettivo è previsto tra il 2014 e 2018, tempo utile a raggiungere gli standard richiesti dall’UE. Uno degli standard riguarda proprio la tutela delle minoranze GBLT (Gay, Lesbiche, Bisessuali e Transgender), pertanto il gay pride è stato prematuramente considerato un test del grado di tolleranza del popolo serbo.
A giudicare dal risultato, credo che Tadic, attuale presidente della Serbia, stia ancora sbattendo la testa contro un muro.
Poco più di mille i manifestanti, cinquemila poliziotti ad asserragliare il centro e nonostante ciò gli scontri sono stati violenti: circa 160 feriti, in maggioranza poliziotti, 130 arresti tra cui Mladen Obradovic, leader della formazione di estrema destra Obraz (Orgoglio). E questa volta ci hanno messo lo zampino anche gli ortodossi che, armati di icone religiose, hanno dato vita alla “Passeggiata della famiglia”, un corteo pacifico contrario alla manifestazione.
E così, nel 2010, siamo costretti a sorbire queste immagini che a noi italiani dopotutto non sono per niente nuove. E in effetti, se la Serbia è un Paese rallentato in corsa verso l’Europa, l’Italia è considerato un Paese “rallentato” tout court. Ci basti ricordare che il Parlamento europeo sta ancora aspettando un cenno definitivo dell’Italia alla Risoluzione sull’omofobia in Europa, approvata il 18 gennaio 2006, in merito all’inasprimento delle pene per il reato di omofobia e al fine di reiterare a tutti gli stati membri l’adeguamento sociale e giuridico in tal senso.
“…l’omofobia può essere definita come una paura e un’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio e analoga al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo”, questa la definizione che la risoluzione riporta come primo concetto all’approvazione.
A marzo dell’anno dopo, il Parlamento rincara la dose dopo aver osservato che in alcuni Stati membri la situazione è preoccupante. Girano voci inquietanti su una proposta di legge del governo Kaczynski che vieterebbe in tutte le scuole della Polonia di esprimere argomenti riguardanti l’orientamento sessuale. Di conseguenza, la risoluzione del 2007 va dritta al problema ed è molto più ferma su alcuni punti. Innanzitutto, con l’art. 4, si istituisce la Giornata internazionale contro l’omofobia, la data prescelta è il 17 maggio, in memoria di quella stessa giornata del 1992, quando l’omosessualità non compare più tra le malattie mentali.
Ancora più interessante è l’articolo 7: “condanna i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali, in quanto alimentano l’odio e la violenza, anche se ritirati in un secondo tempo, e chiede alle gerarchie delle rispettive organizzazioni di condannarli“.
Una netta e sacrosanta presa di posizione.
Dopo innumerevoli, inauditi e vergognosi fatti di cronaca, richieste insistenti e manifestazioni da parte delle associazioni pro GLBT, nonché di una parte della politica, dopo più di tre anni, a ottobre 2009, inizia a muoversi qualcosa anche in Italia, ma il percorso è breve e senza esiti.
A ottobre Anna Paola Concia del PD propone un testo unico, elaborato anche con la maggioranza, atto ad integrare l’art. 61 del Codice Penale con un’aggravante sull’orientamento sessuale, proposta che sarà bocciata pochi giorni dopo per una pregiudiziale di incostituzionalità avanzata dall’UDC e accolta con la maggioranza dei voti.
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay, ci rimprovera senza mezzi termini. Ma noi siamo abituati anche a questo: ci hanno tirato le orecchie per il reato di clandestinità e per gli evidenti problemi inerenti la libertà di stampa, per le intercettazioni e lo stato di diritto minato dai rapporti tra l’esecutivo e la magistratura.
Il Ministro per le pari opportunità Mara Carfagna si appresta ad intervenire e si fa garante di un subitaneo disegno di legge che risolva l’imbarazzante situazione. Trascorre ancora qualche giorno e lo stesso Ministro chiede una pausa di riflessione di sei mesi per poter affrontare al meglio la situazione in vista di un corretto adeguamento all’art.19 del Patto di Lisbona.
E’ trascorso quasi un anno.
Amen.
Attualmente, già da dicembre 2009, giacciono in attesa di discussione due proposte. Una dell’IDV che pone l’accento sull’estensione della legge Mancino e quindi sulla possibilità di definire l’omofobia come un reato autonomo e una del PD che resta vicina alla pdl Concia sull’aggravante di reato preesistente.
Molte associazioni ed esponenti politici stanno spingendo verso la discussione e la risoluzione di quest’annosa questione.
E ora spunta fuori, per l’ennesima volta, la verve biecamente comica del nostro Premier che, preso dalla smania di creare aforismi di dubbia qualità, si scontra nettamente con l’ultima risoluzione sull’omofobia del Parlamento Europeo. L’opinione pubblica chiede le dimissioni immediate, ma non accadrà. Il presidente del consiglio è condannabile, ma non condannato.
Da un punto di vista prettamente etico che sia ingiusto attuare azioni persecutorie è assolutamente assodato. La violenza è amorale più delle amoralità che una certa educazione cristiana colpevolizza. La disinformazione passa attraverso canali preferenziali che hanno il potere di formare le menti. Quindi il concetto di maschile e femminile, la natura, la procreazione, la famiglia tradizionale, tutto passa attraverso quella fiducia che i cattolici chiamano fede, una lista di istruzioni su come condurre la propria esistenza e anche su come terminarla.
Ecco perché è assolutamente necessaria e vitale una politica nuova, razionale e laica, capace di generare evoluzione sociale e culturale. E forse, con non pochi sforzi, potremo risollevarci.
Personalmente, vedo una sola alternativa.

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